ARCA
Microtecnica come natura



Chi ama la natura è sempre ricambiato. Lo stabilimento di microtecnica delle aziende MTA e Sysmelec a Gals, in Svizzera, proget-tato dallo studio degli architetti associati Jean-Luc Crochon e Cuno Brullmann, è uno dei pochi esempi di architettura dove l’umiltà dei pro-gettisti cede alla serenità della natu-ra ogni suo diritto. E’ ciò che ogni architetto spera di ottenere quando affronta un progetto, in modo parti-colare oggi che si attribuisce alla pietra la colpa della distruzione del paesaggio e al cemento quella della deturpazione della natura.
La cosa che più stupisce in questo lavoro è la sensibilità verso l’intorno, affidata a un semplice gesto, a un piano geometrico inclinato di coper-tura, a uno spazio ipogeo raccolto sotto una prospettiva di volumi, cela-to, invisibile. E pensare che il tema è una fabbrica di componenti micro-tecnici, cioè un luogo organizzato per un processo di produzione dove, però, anche nell’interno dell’edificio, Crochon e Brullman hanno usato le regole tipiche della natura:
le reti delle radici. Insomma una sorta di matematica naturale che immerge l’architettura nel suo intor-no e nel suo contorno, tanto da farla apparire un elemento di decoro dell’ambiente, una sorta di oggetto evento, in grado di descrivere lo spa-zio del lavoro dell’uomo come un elemento integrato nel paesaggio.
Nella logica del progetto vi sono anche dei segreti celati nei tracciati che hanno regolato il nascere dell’oggetto architettonico, segreti che albergano nell’inconscio, nella memoria, nel pensiero dell’uomo che è base e condizione al riordino della creatività, unico dettato al compor-tamento, quindi all’idea progettuale.
Un racconto così immediato è raro fra i vari eventi del progetto contem-poraneo ed è la ragione per continua-re nell'approfondimento, con l’inten-to di decifrare più a fondo il processo dell’atto progettuale messo in fieri. L’architetto, in quanto amplificato-re, è capace di captare le emozioni che genera la natura e di ritrasmet-terle più forti.
Il progettista come metteur en scéne è solo abile nel gestire le sequenze visive di un edificio e la loro progressione nel tempo. Cro-chon e Brullmann sorprendono per-ché rifiutano i canoni consueti dell’architettura e ancorano il loro progetto al valore geometrico di pochissimi elementi, che trattano in grande formato, come appare osser-vando il piano inclinato della coper-tura. L’intento è quello di dare all’osservatore dell’opera la sensa-zione di essere nel suo interno, data l’immediatezza della lettura dei suoi spazi.
La tesi che sembrano sostenere è
quella di un equilibrio di difendibilità razionale del platonismo e anzi l’ine-vitabilità di aderire a questa filosofia contro chi invece considera la mate-matica degli spazi una scienza idea-lizzata fatta di operazioni umane e i numeri solo degli oggetti mentali, risultato di eventi neuronali. Comunque, oggi, l’architetto opera con i numeri naturali e gli altri nume-ri, senza porsi tante domande filoso-fiche.
E’, insomma, un progetto che naviga felicemente nei vari mondi della natura in un immaginario matematico, evitando la superficia-lità e la pretenziosità. Chi è stato catturato dal fascino dei numeri, dei moduli, dei moltiplicatori può avventurarsi alla scoperta delle regioni più astratte della matemati-ca, dove si celano in problemi ele-mentari anche se, forse, non così facili.
Come la natura, anche la matema-tica descrive, infatti, mondi immagi-nari e ha ragione Piergiorgio Odi-freddi quando invita ad accostarsi alla divulgazione scientifica con lo stesso spirito con cui ci si avvicina alla lettura della natura o alla lette-ratura, nella speranza che l’esperien-za possa significare il primo passo verso la scoperta di una delle espres-sioni dell’universo. Ben inteso riferi-te a quelle capacità umane, ma quasi divine, che emergono dai contenuti
della mernoria. In altre parole è la compposizione di una nuova letteratura, di una nuova musica, di una nuova architettura. Senza bisogno di gridare al miracolo, se mai con la speranza che si avveri. E’ conoscere l’architettura attraverso i suoi limiti nella speranza di trovare, però, un arcano che inneschi la macchina del rinnovo. E allora logico pensare che l’architetto non è al centro di nulla, ma è libero in un infinito fatto di sentimenti o in uno zero assoluto: è semplicemente un professionista fra i professionisti. Perfino la tanto lodata razionalità che gli appartiene e che lo distingue dagli altri dimostra solo la sua libertà tesa al divenire.
Le scienze cognitive che, per buone ragioni evolutive, evidenziano i solo i processi mentali degli architetti e le loro decisioni progettuali non obbediscono affatto, nella ricerca quotidiana, ai canoni rigorosi imposti dalle scienze.
Ed è proprio in questo senso che lo stabilimento delle aziende MTA e Sysmelec a Gals è un esempio da osservare attentamente, per cercare di capire fino in fondo che l’architettura è, soprattutto, un atto di umiltà verso la natura, nel rispetto dei valori umani. Questo è uno degli esempi di come si inserisce un volume nel paesaggio perché diventi un’architettura


Nature lovers always get what they deserve.

The MTA and Sysmelec micro-technology plant in Gals, Switzerland, designed by Jean-Luc Crochon and Cuno Brul-lmann associated architecture firm, is one of only a very few examples of architecture in which the designers’ humility yields enti-rely to the serenity of nature. This is what every architect hopes to achieve when tackling a design, particularly nowadays that stone is held responsible for destroying the landscape and concrete accu-sed of disfiguring nature.
The most surprising thing about this work is its sensitivity to its surroundings, relying solely on a simple gesture, a sloping geometric roof plane or an underground space hidden away beneath invisi-ble, hidden structures. And to think that the design is for a factory of microtechnical compo-nents, viz., a place serving manu-facturing purposes, even inside which, however, Crochon and Brullmann have kept to the laws of a nature: designing a web of roots.
In other words, we have a sort of natural mathematics that buries architecture in its
surroundings and natural context to such an extent that it looks like a piece of environmental decoration, a sort of event-object capable of treating the space in which people work like part of the landscape.
The design also contains some secrets hidden between the lines of thought that led to the creation of this architectural object, secrets residing in people’s subconscious, memory and thoughts, the underlying basis and necessary condition for redeveloping creativity (the only thing really dictating our behavior and hence architectural design). Such immediacy is rare in modern-day architecture and is the reason why we need to dig deeper in order to unearth the process underlying this approach to design.
The architect, like an amplifier, can capture the emotions generated by nature and broadcast them even more powerfully.
The architect as a director can only really control the
visual sequences of a building and how they unfold through time.
It is surprising to see how Crochon and Brullmann reject the usual canons of architecture to focus on the geometric value of just a very few elements that seem to be almost blown-up, as we can see from the sloping roof plane. The idea is to give anyone looking at the work the feeling of being inside, given the immediacy with which we read its spaces. They seem to be defending a sort of Platonism, or even a sort of inevitable adherence to this philo-sophy, against those who believe that spatial
mathematics is just an idealized science made of human operations and numbers are just mental objects resulting from neu-ronal events.
In any case, architects now work with natural numbers as well as other numbers without asking too many philosophical questions. This kind of architecture sails happily through the various worlds of natu-re in an imaginary mathematical world, avoiding superficiality and pretension.
Anyone intrigued by numbers, modules and multipliers can set off in search of the most abstract regions of mathematics, where its most basic but not so simple pro-blems lie.
Like nature, mathematics also describes imaginary worlds, and Piergiorgio Odifreddi is right to expect science to be spread in the same spirit in which we broach nature or literature, in the hope that, for someone at least, expe-rience may mean the first step towards discovering one of the true expressions of the universe. Referring, of course, to those human (yet almost divine) abilities emer-ging from the contents of memory. In other words this is the composing of a new form of literature, a new style of music and a new form of architecture. Without evoking some sort of miracle, just hoping it works out. This means understanding architecture through its limits in the hope of discovering some mystery that sets wheels of progress in motion. It follows that the architect is not centre of anything, but merely free to move through the boundless realms of feelings or in a state of absolute zero: he is just one of a number of professionals. Even his
much-praised rationalism makes him stand out from the rest merely shows his freedom to evolve.
For good evolutionary reasons, the cognitive sciences merely bring out the mental processes of architects, and the decisions they make on a day-to-day basis certainly do not obey the rigorous canons of science.
This is the sense in which the MTA and Sysmelec plant in Gals, like those that designed it, is an example worth studing most carefully in order to try and really understand that architecture is, above everything, a humble act in face of nature and a form of respect for human values. This is an exemple of how to knit a structure into the landscape in order to turn it.